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Direttive Europee in ambito sostenibilità: la CSDDD

A cura di

Gianluca Vergari

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Il mondo del business si stava preparando a un cambiamento epocale con l’arrivo imminente della Direttiva sulla Diligenza Aziendale in materia di Sostenibilità, meglio conosciuta come CSDDD (Corporate  Sustainability Due Diligence Directive). Questa Direttiva non è solo una serie di regole e norme, ma un  acceleratore di trasformazione per le imprese, un richiamo all’azione che spingerà aziende e dirigenti a  riconsiderare il loro approccio agli affari, ponendo una maggiore enfasi sulla sostenibilità. 

 

L’Europa frena 

Ma inaspettatamente, in questi giorni, La Direttiva Europea sulla due diligence per la sostenibilità aziendale  ha raggiunto una fase critica. Proposta dalla Commissione europea due anni fa, a Dicembre 2023, dopo un  lungo ritardo, è stato raggiunto un accordo provvisorio tra il Consiglio dell’UE e il Parlamento Europeo.  Tuttavia, il 9 febbraio u.s. è stata rimossa dall’ordine del giorno dell’incontro che doveva tenersi presso il  Consiglio UE. Il motivo è che non si prevedeva che si raggiungesse la maggioranza tra i paesi dell’UE. Questo  perché c’è stata una frenata di Germania, Austria, Finlandia e Italia, dopo l’appello lanciato dalle  associazioni confindustriali nazionali e da quella continentale Business Europe. La richiesta dei  rappresentanti industriali era concorde, in particolare in Germania e Italia: bloccare il testo della proposta  di Direttiva Europea perché una normativa così concepita, molto complessa da attuare e invasiva – avrebbe  fatto aumentare il costo degli approvvigionamenti industriali con conseguenti difficoltà per le imprese. Si è  ritenuto che approvare la Direttiva avrebbe messo a rischio la competitività dell’industria europea in un  momento difficile. Cosa non piaceva alle aziende? E’ stato messo in discussione il cuore della Direttiva,  perché imporre obblighi di controllo lungo tutta la catena di fornitura avrebbe comportato un aumento di  costi di approvigionamento e di verifica. 

 

Cosa dice questa Direttiva? 

Lo scopo della Direttiva è quello di promuovere un comportamento aziendale sostenibile e responsabile e  mira a proteggere ambiente e diritti umani. Infatti obbligherebbe le grandi aziende a valutare e intervenire  riguardo agli effetti negativi effettivi e potenziali sui diritti umani e sull’ambiente, rispetto alle loro stesse  operazioni, a quelle delle loro filiali e a quelle svolte dai loro partner commerciali. Solo per fare un esempio, le aziende che identifichino impatti negativi sull’ambiente o sui diritti umani da parte di alcuni dei loro  partner commerciali, potrebbero dover interrompere tali rapporti commerciali qualora tali impatti non  fossero prevenuti o risolti. 

Inoltre sono previste norme su sanzioni e responsabilità civile in caso di violazioni di questi obblighi; le  aziende dovrebbero adottare un piano per garantire che il loro modello di business e la loro strategia siano  compatibili con l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. 

Campo di applicazione della Direttiva 

L’applicazione della Direttiva sarebbe comunque graduale, in base alla dimensione dell’impresa. Le imprese  con più di mille dipendenti dovranno adeguarsi entro il 2027; quelle con più di 500 dipendenti e fatturato  annuo netto di 150 milioni entro il 2028; entro il 2029 quelle con oltre 250 dipendenti, fatturato netto  annuo sopra i 40 milioni e che operano in settori ad alto rischio. La questione rilevante è che la Direttiva  riguarda, è vero, le grandi imprese, ma essendo rivolta anche alle catene del valore avrà riflessi sui fornitori e quindi anche sulle PMI. Il reperimento delle informazioni sarà un compito non facile ma essenziale, anche  per allontanare cattive pratiche di greenwashing e ridurre il rischio reputazionale. Le imprese in qualche  modo dovranno verificare la correttezza dei rapporti delle proprie catene a valle e monte, quindi andando a  verificare pratiche, contratti e prassi dei propri partner commerciali sia nella fase di produzione che in  quella di distribuzione dei beni e servizi. In questo caso le Responsabilità delle Aziende sarebbero enormi.

 

Vigilanza e Sanzioni 

Altro elemento critico sono i controlli e le sanzioni. Gli Stati membri dovrebbero designare un’autorità  incaricata di vigilare e imporre sanzioni. A livello europeo la Commissione dovrebbe istituire una rete di  autorità di vigilanza per riunire i rappresentanti degli organismi nazionali al fine di garantire un approccio  coordinato. Le autorità amministrative istituite ad hoc da ogni Stato potrebbero infliggere sanzioni pari  almeno al 5% del fatturato mondiale: una soglia giudicata «vessatoria» dalle confindustrie europee. Va  detto, comunque, che l’applicazione della Direttiva e le sanzioni per gli inadempienti sarebbero comunque  fissate dagli Stati membri in sede di recepimento. E questo potrebbe ammorbidire l’efficacia della norma,  almeno nei Paesi con un forte giudizio critico. 

Nell’ultima bozza, rilasciata a fine gennaio, si erano attenuate le misure a carico degli amministratori e si  era parlato anche di “direttiva annacquata”. Alle PMI impattate dalle norme proposte verrebbero garantite  misure di sostegno. Ma le modifiche apportate non sono bastate a BusinessEurope e ad altre associazioni  europee, che hanno continuato la loro pressione per ulteriori cambiamenti. 

 

Prossimi Passi 

Ora cosa succede? I negoziati si riaprono, su nuove basi, a un passo dal voto decisivo che era stato appunto fissato al 9 febbraio, ma in previsione anche delle Elezioni Europee, gli scenari possono essere molteplici. Si  passerebbe da un rapido accordo ad uno slittamento significativo, dovuto al prevedibile rimpasto degli  Organi Parlamentari. Noi di Adiconsum vi terremo aggiornati sugli sviluppi, visti gli importanti impatti sulle  aziende del nostro Paese. 

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