Circa 35 milioni di persone nel mondo acquistano prodotti kosher, per
un giro d’affari che solo negli Stati Uniti ha sfiorato nel 2015 i 15 miliardi
di dollari con una crescita del 15 per cento annuo.
Ma anche nel nostro paese è in crescita, tanto che il ministero dello
Sviluppo Economico ha intuito le potenzialità di questo mercato in piena
espansione e ha supportato il progetto dell’Unione delle comunità ebraiche
italiane che ha creato un ente certificatore nazionale con il marchio K.it, dedicato
a tutte le imprese del paese e lancerà una App con l’elenco di tutti i prodotti
in commercio con relativa certificazione.
Da Barilla a Galbani, da Lazzaroni, Bonomelli, De Cecco a tanti
altri, sono numerose le aziende che si sono fatte certificare, allargando le proprie
potenzialità dentro, e ancora di più, fuori dai confini nazionali.
La crescita vertiginosa del consumo kosher dipende non tanto da
ragioni religiose quanto salutistiche. Il punto di forza è la tracciabilità e
la trasparenza.
Poiché gli ebrei non possono mescolare carne e latte, controllano non
solo il prodotto finito, ma tutta la filiera: dagli ingredienti, alle aziende
che si occupano dei vari passaggi di trasformazione fino alla messa in vendita.
Questo controllo meticoloso intercetta le esigenze di chi soffre di
intolleranze o, ancora di più, di allergie al latte che possono avere
conseguenze gravi come lo shock anafilattico.
Anche il mercato del vino kosher non risente della crisi, perché
dà la certezza che il vino viene fatto effettivamente con gli acini d’uva e
non, come è capitato in qualche truffa recente, con acqua e zucchero fermentati.